Marco Aurelio, Pensieri, XI, 18

Primo: qual è il mio rapporto con loro; e che siamo nati gli uni per gli altri; e che, sotto un altro aspetto, sono nato per stare alla loro testa, come l'ariete del gregge o il toro della mandria. Risali però più in alto, partendo da qui: se non ci sono gli atomi, è la natura che governa il tutto; se è così, le cose inferiori sono fatte per le superiori, e queste le une per le altre.

Secondo: come sono a tavola, a letto e nel resto; e soprattutto quali costrizioni impongono loro i principi che hanno; e con quanta presunzione fanno proprio queste cose.

Terzo: se fanno queste cose in modo giusto, non bisogna irritarsi; se in modo sbagliato, è chiaro che lo fanno senza volerlo e per ignoranza. Ogni anima infatti è privata contro la sua volontà, come della verità, così anche della capacità di trattare ciascuno secondo il suo valore. Per questo si offendono quando si sentono chiamare ingiusti, ingrati, avidi e, in una parola, colpevoli verso il prossimo.

Quarto: anche tu sbagli in molte cose e sei uno come loro; e anche se ti astieni da certi errori, hai comunque la disposizione a commetterli, anche se te ne astieni per viltà, per desiderio di popolarità o per qualche altro vizio simile.

Quinto: non sai nemmeno con certezza se sbagliano: molte cose si fanno con un preciso disegno, e in generale bisogna sapere molte cose prima di pronunciarsi con sicurezza sull'azione di un altro.

Sesto: quando ti indigni troppo o ti affliggi, la vita umana dura un istante, e fra poco saremo tutti distesi sul letto funebre.

Settimo: non sono le loro azioni a disturbarci, perché quelle stanno nelle parti che guidano loro, ma i nostri giudizi. Elimina dunque, e decidi di lasciar andare, il giudizio che si tratti di qualcosa di terribile, e la collera se n'è andata. E come lo eliminerai? Riflettendo che non è una cosa vergognosa: se infatti il male non è soltanto ciò che è vergognoso, anche tu per forza commetterai molti errori e diventerai un brigante e chissà che altro.

Ottavo: quanto sono più gravi le conseguenze della collera e del dolore per queste cose, delle cose stesse per cui ci arrabbiamo e ci addoloriamo.

Nono: la benevolenza è invincibile, se è sincera e non un sorriso forzato o una recita. Che cosa ti farà il più violento degli uomini, se continui a essere benevolo con lui e, se capita l'occasione, lo esorti con mitezza e lo correggi con calma proprio nel momento in cui cerca di farti del male: «No, figliolo: siamo nati per altro. Io non sarò danneggiato in nulla, sei tu che ti danneggi, figliolo»? E mostragli con delicatezza e in termini generali che è così, che neppure le api fanno questo, né gli animali che per natura vivono in branco. Ma non devi farlo con ironia né per rimproverarlo, bensì con affetto e senza rancore nell'anima, e non come a scuola, né perché un altro che sta lì vicino ti ammiri, ma parlando a lui solo, anche se intorno ci sono altri.

Ricorda questi nove punti come doni ricevuti dalle Muse, e comincia finalmente a essere un uomo, finché vivi. Bisogna però guardarsi ugualmente dall'arrabbiarsi con loro e dall'adularli: entrambe le cose sono contrarie alla comunità e portano danno. Nella collera tieni pronto questo pensiero: arrabbiarsi non è virile; la mitezza e la dolcezza, invece, come sono più umane, così sono anche più virili, e a chi le possiede appartengono la forza, il nerbo e il coraggio, non a chi si indigna ed è scontento. Quanto più questo è vicino alla libertà dalle passioni, tanto più è vicino alla forza. Come il dolore è proprio del debole, così anche la collera: entrambi sono feriti e hanno ceduto.

Se vuoi, ricevi anche un decimo dono dalla guida delle Muse: pretendere che i malvagi non sbaglino è da folli, perché si desidera l'impossibile. Ammettere invece che siano così con gli altri, ma pretendere che non sbaglino verso di te, è irragionevole e tirannico.

Marco Aurelio · Pensieri, XI, 18

Traduzione italiana di Cittadella dal greco, scritta con l'intelligenza artificiale e confrontata con il testo originale. Fonti e traduzione

Come citare questo passo

Marco Aurelio, Pensieri, XI, 18, traduzione di Cittadella, https://cittadella.app/marco-aurelio/pensieri/11/18