Marco Aurelio, Pensieri, I, 17

Dagli dèi: l'aver avuto buoni nonni, buoni genitori, una buona sorella, buoni maestri, buoni familiari, parenti, amici, quasi tutti; e il non essermi mai lasciato andare a mancare di riguardo a qualcuno di loro, sebbene avessi un'indole tale che, se fosse capitato, avrei anche potuto fare qualcosa del genere; è un beneficio degli dèi che non si sia mai presentata una combinazione di circostanze che mi avrebbe smascherato.

Il non essere stato allevato più a lungo presso la concubina di mio nonno; l'aver conservato intatta la mia giovinezza e il non essere diventato uomo prima del tempo, ma averlo anzi rimandato.

L'essere stato sottoposto a un sovrano e padre che doveva togliermi ogni vanità e farmi capire che è possibile, vivendo a corte, non aver bisogno di guardie del corpo, di vesti sfarzose, di fiaccole, di statue e di altro sfoggio simile, ma che si può vivere molto vicino a un privato cittadino, senza per questo essere più meschini o più pigri nel fare, da sovrano, quello che si deve per il bene comune.

L'aver avuto un fratello che con il suo carattere poteva spronarmi a prendermi cura di me stesso, e che insieme mi rallegrava con il suo rispetto e il suo affetto; che i miei figli non siano nati privi di talento né deformi nel loro piccolo corpo. Il non aver fatto maggiori progressi nella retorica, nella poesia e nelle altre attività da cui forse mi sarei lasciato prendere, se mi fossi accorto di avanzare con facilità.

L'aver portato in anticipo a posizioni d'onore chi mi aveva cresciuto, dato che sembravano desiderarle, senza rimandare con la speranza di farlo più avanti, visto che erano ancora giovani. L'aver conosciuto Apollonio, Rustico, Massimo.

L'aver avuto chiara, e spesso, l'immagine di che cosa sia la vita secondo natura, così che, per quanto dipende dagli dèi, dai loro doni, dai loro aiuti e dalle loro ispirazioni, niente mi impedisce ormai di vivere secondo natura; e se ancora ne resto lontano è per colpa mia, perché non tengo conto dei richiami degli dèi, anzi, quasi dei loro insegnamenti;

il fatto che il mio corpo abbia resistito tanto, in una vita come questa; il non aver toccato né Benedetta né Teodoto, e anche più tardi, quando ho provato passioni d'amore, l'esserne guarito; il non aver fatto nulla di cui mi sarei pentito, pur essendomi arrabbiato spesso con Rustico; il fatto che mia madre, che doveva morire giovane, abbia comunque vissuto con me i suoi ultimi anni.

Il fatto che, ogni volta che volevo aiutare qualcuno che era povero o che aveva bisogno di qualcos'altro, non mi sono mai sentito dire che non avevo il denaro per farlo; e che io stesso non mi sono mai trovato in un bisogno simile, tanto da dover ricevere da un altro; l'avere una moglie così, tanto obbediente, tanto affettuosa, tanto semplice; l'aver trovato facilmente educatori adatti per i miei figli.

Il fatto che attraverso i sogni mi siano stati dati dei rimedi, tra gli altri per non sputare sangue e non avere le vertigini, e a Gaeta questo, quasi come un oracolo; il non essere caduto, quando mi sono appassionato alla filosofia, nelle mani di qualche sofista, né essermi messo a sedere a scrivere trattati, a sciogliere sillogismi o a occuparmi dei fenomeni celesti. Tutte queste cose infatti «hanno bisogno dell'aiuto degli dèi e della fortuna».

Tra i Quadi, presso il Granua.

Marco Aurelio · Pensieri, I, 17

Traduzione italiana di Cittadella dal greco, scritta con l'intelligenza artificiale e confrontata con il testo originale. Fonti e traduzione

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Marco Aurelio, Pensieri, I, 17, traduzione di Cittadella, https://cittadella.app/marco-aurelio/pensieri/1/17